Teatro Fontana: ‘Il Figlio che Sarò’, un’emoziante riflessione sul rapporto padre figlio – recensione

Lo spettacolo “Il Figlio che Sarò”, debuttato ieri sera al Teatro Fontana di Milano, rimarrà in scena fino a sabato 24 ottobre.

Per altre notizie, orari e prezzi vi rimandiamno al nostro precedente articolo di presentazione.

Quattro generazioni guardano il mondo… un mondo che si trasforma, ma non tutti sanno tenere il passo. Un bisnonno migrato in America nei tempi della sua gioventù, torna con quel gruzzoletto che gli permetterà di acquistare un uliveto, patrimonio che sarà la vita del padre di Giovanni… e che padre: cupo, severo, incurante delle esigenze emotive del figlio. L’America è lontana per veder crescere (da solo) un figlio, ma un uliveto può essere ancora più distante, più vuoto e incomprensibile agli occhi di un ragazzo, Giovanni (Giuseppe Semeraro), che vede nella permanenza del padre in ospedale (e con lui la madre), per un lungo periodo, la nascita della libertà e dell’indipendenza. Insieme al fratello, viene in parte assistito da zii e nonni, ma questo non crea la protezione della famiglia che ripara dai guai nell’adolescenza turbolenta di molti ragazzi.

La generazione del padre di Giovanni è rappresentata da un altro personaggio chiave di questo racconto quasi verghiano, nel suo grottesco verismo: il professore di scuola superiore (Gianluigi Gherzi) di Giovanni. Uomo fuori dal coro, istruito, attento agli studenti che, dopo qualche anno, danno la staffetta a chi li segue nel percorso di studi, ma che rimangono nella sua memoria, fresca e lucida nella passione e nella cura prestata a quelli che, tra loro, hanno letto la vita insieme a lui e alla sua musica.


Qui la regia di Fabrizio Saccomanno inizia un “gioco delle parti” tra Giovanni e il docente. E’ uno scambio di visione della realtà: un ottantenne posato, ironico, a volte cinico interagisce con un Giovanni ormai uomo, che cerca nell’insegnante il dialogo di un tempo e mai avuto con il padre. La scenografia essenziale risulta solo un contorno di due voci narranti. Ritornano il nonno, il padre, Giovanni, i suoi compagni di scuola e arriva suo figlio in uno struggente senso di incapacità misto a delusione. Sono loro il cuore, giustamente illuminati dalle sole luci presenti.

La scelta di un parlato sobrio ma forbito nella bocca dell’insegnante, in contrapposizione a un intercedere dialettale (a volte non totalmente comprensibile) e gesticolare di Giovanni evidenzia non solo il gap generazionale, ma anche il distacco sociale tra il mondo di una cultura per pochi e l’ignoranza di un mondo contadino, che urla l’esigenza di un cambiamento familiare, lavorativo, relazionale…

Giovanni è un uomo con un trascorso sbilanciato alle spalle; è insicuro, non ha un riferimento nel padre che possa guidarlo ad esserlo a sua volta. E’ anche padre di un ragazzo che non trova in lui ciò che Giovanni vorrebbe essere. Come comunicare? La porta dei figli può essere così chiusa da non permettere l’ingresso neanche di un pensiero o di un consiglio che arrivi dai genitori.

Ancora una volta il linguaggio fa trasparire il mondo interiore di Giovanni: da figlio parla in dialetto, farcito da alcune espressioni volgari; da padre, si esprime in italiano, cercando un allineamento dialogico con il suo  giovane interlocutore.

Questo progetto di Semeraro e Gherzi fa “assorbire”, tramite le parole pacate dell’insegnante e i toni concitati di Giovanni, la capacità/incapacità di portare le generazioni che si susseguono a una sovrapposizione di valori, trasmissibili come geneticamente. E’ possibile trascinarsi dietro gli errori dei padri o fare di questo bagaglio un patrimonio di esperienze da ripetere o da abbandonare. Il passato crea o distrugge quello che siamo oggi, ma saremo noi a decidere se potrà o no influenzare il nostro futuro… Il figlio che sarò… Il padre che sarò…

Consigliatissimo. Ai padri e ai figli.

 

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