Moby Dick entusiasma il pubblico all’Elfo Puccini – per vederlo c’è tempo fino al 6 febbraio

Lo spettacolo Moby Dick alla prova di Orson Welles ha debuttato al Teatro Elfo Puccini di Milano, in prima nazionale, lo scorso 11 febbraio e  rimarrà in scena fino al 6 febbraio 2022.

Per altre notizie sullo spettacolo, cast, orari e prezzi vi rimandiamo al nostro articolo di presentazione.

LA RECENSIONE
11 attori sul palco… non sono pochi! In realtà sono molti di più: ognuno esprime magistralmente più ruoli, trasformando un fiume di parole in mulinelli di sensazioni, suggestioni e perfezioni linguistiche. L’accompagnamento musicale, perfetto nella sua indulgenza verso gli eventi, si alza, si abbassa, si nasconde sotto le voci sommesse e riemerge, insieme a Moby Dick in uno straziante urlo contro la morte (un grazie speciale a Mario Arcari e Gianfranco Turco per l’attenzione ai particolari). Echeggiano i gabbiani, i cormorani, le onde delicate e i flutti inquietanti… siamo nell’oceano…

Il testo di Melville, filtrato dall’arte sensibile di Orson Welles, è tradotto da Elio De Capitani (attore e regista) in una rappresentazione ardita: intreccio di Re Lear di Shakespeare, “Capitano, mio capitano” dell’Attimo fuggente e parti cantate, intonate su inni marinareschi e nenie trascinate nella bocca del piccolo Pip (Giulia Viana, già nelle vesti di una giovane attrice e di Cordelia, fantastica in ogni momento).

L’allestimento essenziale, fatto di scale a rotelle come alberi per le vedette della baleniera, ma anche pulpito per la predicazione di Padre Mapple (sempre lui, De Capitani), di tavoli chirurgici sempre a rotelle come piani d’appoggio e scialuppe a remi, faticose e aggressive per entrare in quell’oceano tanto affascinante, quanto angosciante; teloni in qualità di vele, mosse e poi sbattute dal vento impetuoso. E ciò che manca, il prologo invita il pubblico a cercarlo con la propria fantasia. La balena bianca, grande protagonista si manifesta in un gioco di luci (grazie a Michele Ceglia), di assenza di colori, in una fredda conquista di tutto e di tutti… Lei, parte di un gruppo di balene, si muove con l’audacia della forza della natura, contro chi sfida non solo lei, ma la natura stessa. La difficoltà umana di andare oltre la propria presa di posizione, la propria determinazione supera la responsabilità nei confronti di un equipaggio che ha stretto una sorta di patto di sangue (anche nel taglio della mano di Ishmael Angelo di Genio).

E’ un incastro a più livelli, uno scarabeo di opere e artifici tecnici:
il metateatro che da inizio al dialogo tra direttore di spettacolo (De Capitani) e un’attrice in attesa del suo provino come Cordelia (Giulia Viana), seguito da uno scambio di ruoli… Lui Capitano Achab, lei Pip il ragazzetto di colore, mascotte di una ciurma malata di vendetta come Achab.

le maschere (grande trovata di Marco Bonadei) che segnano una specie di “uniforme”… tutti insieme… tutti d’accordo… Moby Dick deve morire, costi quel che costi, compreso il rifiuto a una nave incrociata nell’oceano, che avrebbe condiviso la solitudine della paura. Chi si priva della maschera? Solo Starbuck (Marco Bonadei) quando dissente dalle scelte di un capitano troppo esclusivo e serrato. Egli esce dal patto, esprime un consiglio, non accettato; propone qualcosa che salvi l’equipaggio e non sia la forza distruttrice della ricerca interminabile del soddisfare il proprio io malato e controverso. Nulla, neanche i riferimenti biblici a Giona, alla misericordia o il ricordo dei figli lasciati sulla terraferma possono rompere il cuore indurito di Achab, che riserverà solo a Pip un gesto di tenera paternità e di dolore, sapendo della sua morte tra le acque implacabili dell’Oceano.
il proscenio, corridoio staccato dal ponte della baleniera, accoglie la voce narrante, pacata e incisiva di Cristina Crippa, anticipatrice di eventi, collante dei personaggi e dei loro pensieri; e poi Ishmael, salito su quella nave alla ricerca di sé o di altro, fermo nel sua decisione, anche dopo l’incontro con Elijah (Alessandro Lussiana) che nei suoi stracci parla di una corsa senza traguardo, di un mare aperto che non perdona, di dolori e poche gioie… per cosa tutto questo? Per l’ossessione di un uomo, già massacrato nel fisico e nella mente. Ishmael è il battito di vita, il superstite dopo la morte di tutti, uomini e balena bianca. Lui che a ogni tappa, a ogni avvistamento lascia un pezzo di storia; lui che tornerà a sfida finita e potrà dichiarare una vittoria che ha il sapore della sconfitta.

Spettacolo entusiasmante! Ha saputo portare il pubblico a viaggiare insieme ai personaggi, alla ricerca della propria balena, ad applaudire con forza come segno di ammirazione e di ringraziamento. Il teatro si merita davvero un amore folle per il reale e l’immaginario, per la suggestione e l’emozione…

Consigliato un tempo da dedicare all’installazione “Umanità contro” presente all’ingresso del teatro, nata dalla collaborazione tra Teatro dell’Elfo e Muse di Trento.

 

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