Mercurio
da Mercurio di Amélie Nothomb
progetto e regia Corrado d’Elia
con Chiara Salvucci, Giovanna Rossi, Gianni Quillico
assistente alla regia Luca Ligato; scenografia Giovanna Angeli; tecnico luci Christian Laface; tecnico audio Gabriele Copes
Foto di Angelo Redaelli
produzione Compagnia Corrado d’Elia
Sul palco del Teatro Littta di Milano è di scena lo spettacolo “Mercurio” tratto dal romanzo di Amélie Nothomb, per la regia di Corrado d’Elia, che ne ha curato anche il progetto.
LO SPETTACOLO
Il debutto di martedì 8 marzo (data scelta non a caso ndr) è stato preceduto dall’incontro con la scrittrice, che ha molto apprezzato il lavoro del regista Corrado d’Elia, frutto di un attenta analisi del testo per una messa in scena misurata, capace di accontentare l’esigente pubblico milanese, da sempre estimatore del suo talento artistico e testimoniato dal sold out della prima sera, oltre che dalla massicia affluenza nelle repliche successive, rese ancora più emozionanti, dalla suggestiva sala teatrale di Palazzo Litta, nel cuore di Milano, all’ombra della Madonnina.
Si apre il sipario e tra un ritmato alternarsi di luce e bui, si intravedono i due personaggi femminili: Giovanna Rossi, nel ruolo dell’infermiera Francoise e Chiara Salvucci, nel ruolo di Hazel.
TRAMA BREVE
In un’isola deserta, nel castello di If, il vecchio capitano Homer Loncours e la sua pupilla Hazel vivono in una dimensione lontana dal resto del mondo. La donna è stata salvata da un incendio rimanendo sfigurata. Da allora, l’uomo si prende cura di lei morbosamente, proteggendola e rinchiudendola in una prigione dorata carica di segreti e perversioni.
Assume anche l’infermiera Françoise per curare la giovane che si sente afflitta da una serie di malattie, generate più che altro dall’infelicità per la propria deformità e dai sensi di colpa per quel rapporto che la inquieta.
All’inizio Françoise si dimostrerà fedele alle richieste del capitano, evitando le domande indiscrete. Ma, già dopo il primo incontro, inizierà a sviluppare con Hazel un’amicizia segnata da dialoghi pieni di strategiche domande per cercare di capire la natura dell’equivoco legame tra i due, nella strana ambientazione di un castello privo di specchi”.
LA RECENSIONE
Fin dall’inizio l’atmosfera si percepisce inquietante, come in un triller psicologico, quasi un giallo – noir in stile di Dario DArgento.
La scenografia è semplice e stilizzata, in cui si vede un divano al centro e alle pareti sei cornici bianche vuote, le quali sono bombardate da continui lampi di luce, di varie intensita e colori.
Ai lati, sulle pareti, anche due funzionali credenzine, che fungono da ripiani per appoggiare i vari accessori utili per lo svolgimento dell’opera: la borsetta, la maschera bianca indossata da Hazel, il termometro ecc.
Fin dai primi minuti ci si rende conto di essere in presenza di un gioco perverso dove nulla davvero è come appare: un labirinto da cui si potrebbe uscire ma nessuno esce mai.
Ma è davvero così?
Volutamente non vogliano spoilerare troppo per non rovinarvi il gusto della sorpresa, ma una cosa è certa, Francoise la verità l’ha capita e mette in atto una sagace strategia per aggirare l’arguto capitano, tutto proteso a proteggere, apparentemente, la ragazza di cui è “innamorato”.
L’obiettivo di Francoise è quello di trovare una superficie che possa riflettere il volto di Hazel, per convincerla che non è così mostruoso come le è stato fatto credere. Per questo scopo, rompe i termometri e raccoglie il mercurio in un catino, che può fungere da specchio.
Il personaggio del capitano, affidato a Gianni Quillico, inizialmete è solo evocato, a la sua voce arriva fuori campo: solo sul finale si rivelerà svelando i segreti e conquistando il centro della scena.
A questo punto si capisce che quel luogo descritto, dove si svolgono i fatti narrati, rappresenta quelle tante “prigioni” più o meno dorate, in cui moltissime, anzi troppe donne sono costrette a vivere manipolate da uomini malati, che non sono capaci di amare, ma che vivono il rapporto con la partner come fosse un suo possesso. L’amore invece è donazione volontaria di se stessi all’altra/o per poter dare senza nulla pretendere in cambio. Questo è il vero amore, quello che “move il sole e l’altre stelle“.
E’ questo il messaggio che l’autrice vuole lanciare e che la regia di d’Elia sa ben evidenziare: un problema sociale sempre esistito ma che ai nostri giorni, dopo l’emancipazione della donna degli ultimi decenni, è diventato un vero allarme sociale con numeri di delitti impressionanti.
l’Amore è un sentimento dove ci sta spazio per donare e giammai è solo morbosa voglia di possesso, dove prevaricano i carnefici sulle vittime.
Le risposte non ci sono nel finale dello spettacolo, perchè ognuno possa trovare la sua, a seconda della sua sensibilità al probema.
Trattenete il fiato senza distrazioni e tutto sarà chiaro per poi uscire a “riveder le stelle“, dopo circa un ora, perchè questo è uno spettacolo breve ma intenso.
Oggi l’ultima replica milanese.
Consigliato per tutti senza controindicazioni!!
Sebastiano Di Mauro nasce ad Acireale (CT) nel 1954 dove ha vissuto fino a circa 18 anni. Dopo si trasferisce, per brevi periodi, prima a Roma, poi a Piacenza e infine a Milano dove vive, ininterrottamente dal 1974. Ha lavorato per lunghi anni alle dipendenze dello Stato. Nel 2006, per strane coincidenze, decide di dedicarsi al giornalismo online occupandosi prima di una redazione a Como e successivamente a Milano e Genova, coordinando diverse redazioni nazionali. Attualmente ha l’incarico di caporedattore di questa testata e coordina anche le altre testate del Gruppo MWG e i vari collaboratori sul territorio nazionale.
