Esportazioni italiane sotto pressione: dal Parmigiano Reggiano al prosciutto di Parma, ecco cosa cambia con le nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti
Il 2 aprile 2024, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’introduzione di nuovi dazi del 20% sull’importazione di prodotti provenienti dall’Unione Europea. Secondo le stime di Bruxelles, queste misure colpiranno circa il 70% delle esportazioni europee, con un incasso previsto per gli Stati Uniti pari a 81 miliardi di euro. Un duro colpo per il commercio transatlantico, in particolare per l’Italia, che vede negli USA il terzo partner commerciale dopo Germania e Francia.
Il comparto lattiero-caseario è tra i più penalizzati. Dopo le misure del 2019, tornano i dazi sui formaggi italiani: il pecorino, finora esentato, sarà soggetto a una tariffa del 20%. Aumenti anche per mozzarella, burrata, ricotta e mascarpone (dal 10 al 30%), provolone (dal 15 al 35%) e gorgonzola (dal 20 al 40%). «L’Italia è il primo esportatore mondiale di formaggi verso gli USA, con quasi 41.000 tonnellate l’anno», dichiara Paolo Zanetti, presidente di Assolatte. «Sostituire il mercato statunitense è impensabile: serve un negoziato serio».
Parmigiano Reggiano: prezzo alle stelle
Il Parmigiano Reggiano, che trova negli Stati Uniti il suo principale sbocco extraeuropeo (22,5% dell’export), subirà un aumento di prezzo significativo. «Con i nuovi dazi, il Parmigiano da 24 mesi arriverà a costare circa 59 dollari al chilo, contro i 50 precedenti», spiega Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio. Il rischio? Un calo della competitività e la diffusione di prodotti imitativi come il “parmesan”.
Anche l’olio d’oliva è sotto pressione. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato estero per l’extravergine italiano, con 1,1 miliardi di euro su un totale di 3 miliardi. Nicola Ruggiero, presidente del Consorzio Oliveti d’Italia, avverte: «Una frenata delle esportazioni potrebbe cambiare le abitudini alimentari degli americani, spostandole verso oli di semi, più economici e di produzione locale».
Pomodoro italiano: +32% sui dazi, rischio sugli scaffali USA
Le conserve di pomodoro – dai pelati alle passate – vedranno un aumento dei dazi dal 12% al 32%. Gli Stati Uniti rappresentano il 15% dell’export del settore, e i produttori temono un calo della domanda. «Il consumatore americano potrebbe scegliere alternative più economiche, anche a scapito della qualità», commenta Giovanni De Angelis di Anicav.
Con oltre 2 miliardi di euro di export verso gli USA, il comparto del vino e degli alcolici è tra i più esposti. «Già tra il 2018 e il 2021 i dazi causarono un crollo del 41% nelle esportazioni di liquori italiani», ricorda Chiara Soldati, presidente di Casa Federvini. L’introduzione dei nuovi dazi in un momento cruciale come il cambio di annata potrebbe compromettere contratti e scorte di magazzino.
Il prosciutto di Parma, simbolo dell’eccellenza italiana, è in pericolo. Nel 2024 sono stati esportati 800.000 prosciutti verso gli Stati Uniti, generando 100 milioni di euro. «La nostra filiera non è delocalizzabile», sottolinea Alessandro Utini, presidente del Consorzio. «I dazi penalizzano un prodotto unico che non può essere replicato altrove».
Il nuovo scenario commerciale con gli Stati Uniti impone all’Italia un’attenta riflessione su strategie diplomatiche e di mercato. I settori colpiti non possono essere facilmente riconvertiti o spostati, e il rischio è quello di perdere fette importanti di mercato costruite in decenni di investimenti sulla qualità e sull’identità territoriale. Il dialogo tra Bruxelles e Washington sarà cruciale per evitare una guerra commerciale che, come sempre, finirebbe per danneggiare i consumatori e le eccellenze produttive.
