‘Erano tutti miei figli’ di Arthur Miller: la regia intensa di Elio De Capitani al Teatro Elfo Puccini – recensione

L’opera di Arthur Miller “Erano tutti miei figli” trova la sua completa espressione nell’omonimo spettacolo, con la regia di Elio De Capitani, presso il Teatro Elfo Puccini.

A questo link altre info sullo spettacolo, date, orari e prezzi.

RECENSIONE
L’incipit, che rimane il focus di tutta l’opera, è la scelta del capofamiglia Joe Keller (Elio De Capitani): ricco uomo d’affari, durante la seconda guerra mondiale (terminata da poco più di tre anni), ha privilegiato il profitto della sua azienda produttrice di motori per aerei dell’aeronautica militare americana, fornendo pezzi di ricambio, pur sapendo che erano difettosi, per non perdere la commissione. Questa scelta provocò la morte di 21 piloti.

L’imprenditore era riuscito a “scaricare” la responsabilità sul suo socio (che ancora si trova in prigione), facendosi assolvere dalla legge e costruendo una importante carriera di manager, convertendo il lavoro dalla produzione di componenti belliche in altre forniture metalliche.


Altro tema dominante è la scomparsa del primogenito Larry dopo la sua chiamata alle arm
i. La madre Kate (Cristina Crippa) non può accettare che sia morto. Lei conosce il segreto del marito… sa che il figlio potrebbe essere morto per lo stesso motivo che ha provocato il decesso degli altri piloti… troppo dolore, troppa violenza su se stessa, troppo fango sulla sua famiglia: ammettere la morte del figlio equivale ad ammettere che suo marito è l’assassino del figlio!!

L’arrivo di Ann Deveer (Caterina Erba) apre l’incastro a molti tasselli narrativi:

Ann era la fidanzata di Larry, il primogenito, ma è tornata presso la casa dei Keller per intraprendere una relazione con il secondogenito Chris (Angelo Di Genio), con il quale ha mantenuto una corrispondenza epistolare… Non solo… Ann è figlia del socio di Joe, ancora detenuto: potrebbe essere un motivo fondato per i sospetti di un eventuale piano di vendetta sotto mentite spoglie.

E ancora. È la sorella di George (Marco Bonadei), anch’egli arrivato in casa Keller per “vomitare” pesanti accuse contro Joe: colpevole e vigliacco?


Tutto è pronto per far emergere dal testo di Miller e dalla regia di De Capitani e Alessandro Frigerio tutto ciò che era stato nascosto e mascherato per anni.
E’ un “gruppo di famiglia in un interno”: una grande sala, con arredi eleganti, scelti con cura secondo il trend del tempo (grazie a Carlo Sala), per definire il tempo storico e la posizione sociale della famiglia Keller.

Un’ampia vetrata (artificio tecnico eccellente) posto sul fondo, lascia intravedere alti alberi, espressione della loro permanenza lì da tempi lontani e l’albero dedicato a Larry che è stato reciso perché troppo oscurante (come la stessa vita/morte di Larry oscura la presenza pubblica del casa Keller). E’ un luogo in cui tutti sanno e tutti tacciono per convenienza: gli stessi vicini (che occupano la residenza della famiglia di Ann e George), i coniugi Bayliss (Nicola Stravalaci e Sara Borsarelli), in alcuni tratti sono portatori delle voci di popolo, cioè di tutti coloro che hanno imparato a convivere con i segreti della famiglia borghese.

Ogni rappresentante di questo gruppo esprime un disastro della guerra:

donne e madri che aspettano coloro che non torneranno;

uomini come Khris che porta dentro di sé il dolore della morte degli amici commilitoni, fedeli a lui, al gruppo e alla patria, morti difendendosi l’un l’altro. E’ il dolore della paura, della solitudine, della consapevolezza di poter finire da un momento all’altro, ma, nello stesso tempo il desiderio di dare un nuovo senso al futuro, unendosi in matrimonio con Ann;

uomini che hanno saputo andare oltre il dramma e cogliere il tempo storico come fonte di grande guadagno;

figure attorno al caos, quasi staccate dal mondo del dopoguerra, come rifiuto dell’orrore dei combattimenti, come  Lydia (Carolina Cametti) e Frank (Michele Costabile) Lubey, sempre indaffarati e sorridenti, malgrado le circostanze.


Tutto conduce al finale:
l’attacco di George contro Joe, le diverse reazioni, la ripresa dell’armonia per arrivare al “botto”: Joe è davvero colpevole; Chris lo assale con violenza, sfoga una rabbia complessa dei suoi sentimenti, di quelli di Larry, dei piloti e dei soldati morti. E’ la rabbia che parla di contrasti tra padre e figlio, tra datore di lavoro (Joe) e imprenditore emergente (Chris), di disillusioni e sfiducia. Il figlio scappa lontano dal padre e dalla verità.

Qui troviamo l’essenza del pensiero di Miller: l’uomo è responsabile delle sue azioni nel presente e nel futuro. Nulla passa senza lasciare segni e conseguenze. I suoi personaggi esprimono il profondo disagio determinato dall’avanzare del materialismo a discapito della morale e dell’etica. Per questo motivo, gli stessi personaggi acquisiscono una graduale coscienza di sé e del loro ruolo nella società, dando una chiave di lettura ai due suicidi: Joe come scappatoia dal pubblico giudizio e dallo sguardo dei suoi cari, incapaci di comprendere le sue scelte; Larry per la vergogna di appartenere a quella famiglia che i giornali definivano colpevole della morte di quei giovani piloti.

Luci e suoni hanno accentuato la recitazione di ogni attore: voce alta, urla concitate, frasi bisbigliate hanno tradotto con maestria un’opera fatta di momenti fortemente introspettivi e struggenti. Il cast è unito, dinamico, coordinato, persino nella lotta corpo a corpo tra Joe e Chris, manifestando la violenza dei drammi e dei contrasti in modo toccante e suggestivo.

L’opera di Miller ha trovato soddisfazione in questo spettacolo che consigliamo a tutti coloro che volessero capire la guerra di eserciti e di famiglia, restandone lo spettatore oggettivo.