La celebre commedia, a carattere satirico di Oscar Wilde è stata presentata al Teatro Parenti, con la magistrale regia di Geppy Gleijeses
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La commedia è realizzata in due atti.
- il primo vissuto all’interno di un elegante salotto londinese, arredato con raffinato velluto blu, presso la casa di Algernon Moncrieff (Luigi Tabita), chiamato Algy. L’aristocratico personaggio sta aspettando la visita della zia Lady Augusta Bracknell (Lucia Poli), che arriverà accompagnata dalla figlia Gwendolen (Maria Alberta Navello). Le due protagoniste femminili incarnano pienamente il mondo benestante perbenista di fine ‘800, nella loro presentazione scenica (grazie alla costumista Chiara Donato) e nei loro interventi pungenti e sagaci fatti di dialoghi e commenti incalzanti.

Sopraggiunge l’amico Ernest (Giorgio Lupano), così si fa chiamare in questo contesto, arrivato dalla sua casa di campagna per chiedere in moglie Gwendolen, che sarebbe stata felice di acconsentire alle nozze, se Lady Augusta non si fosse opposta a cause delle dubbie origini del pretendente.
- Il secondo trascorso nel giardino della Manor, locazione lontana dalla città e di proprietà di Jack Worthing (ossia Ernest). Qui vive con la nipote di Lord Worthing (che aveva adottato Jack), Cecily (Giulia Paoletti), della quale è il tutore e ne segue l’educazione con l’aiuto di Miss Prism (Gloria Sapio), l’istitutrice che avrà un ruolo chiave nelle vicende a seguire. La giovane donna ha fatto innamorare Algy, lusinghiero e corteggiatore, che finge di essere il fratello lazzarone di Jack.
Due ambienti, due uomini a confronto nella figura di Dandy, tipica nelle opere di Oscar Wilde, quale identificazione di se stesso. Non a caso Luigi Tabita (Algy) indossa una parrucca con capelli ricci e corti, secondo lo stile dello stesso Wilde; è portavoce di battute sagaci e nonsense che ben esprimono l’attitudine dell’autore. Ernest/Jack e Algy sono due ritratti di un modo di vivere in cui tutto è ricercato: il parlare enfatico, il fumare con rigorosa eleganza, la postura impeccabile, mai casuale… sorseggiare del tea, consumando stuzzichini, diventa un rituale di ripetuta raffinatezza. Su questi due uomini, l’autore crea l’intreccio: due amici innamorati di due donne pronte a sposarsi solo se si tratta un uomo chiamato Ernesto, un nome a cui non vogliono rinunciare, giocando sulla satira dell’autore tra Ernest (Ernesto) e Earnest (corretto, onesto, fedele), quale garanzia di un comportamento eticamente encomiabile nel matrimonio, a dispetto della mondanità e della leggerezza coniugale che le circonda. Le due donne diventano quasi amiche e, confidandosi, scoprono che i rispettivi fidanzati hanno mentito sulla propria identità. Da qui, la richiesta di entrambi gli uomini di ribattezzarsi con il nome Ernesto, ormai unico dato certo di lealtà.

Due ambienti, due modi di presentare la stessa vita: dall’interno, quale esternazione della nobiltà londinese vittoriana, fatta di costruzioni comportamentali di apparenze e di lusso; dall’esterno, quale confronto con la vita reale, giocata tra lo sdoppiamento dei personaggi Ernest/Jack o Algy e il parente da assistere tanto disabile quanto inesistente.
I giochi di ruolo, gli intrighi, i doppi sensi “scoppiano” nel secondo atto a ritmo sempre crescente, in vista del gran finale a sorpresa (e lascerò che resti tale), come spesso accade nel teatro del tempo.
“L’importanza di chiamarsi Ernesto” segna un attacco elegante (e la regia di Gleijeses ne sottolinea l’eleganza), una satira piccante contro la falsa morale vittoriana; nello stesso tempo, presenta il tema del “doppio”, specchio della doppia vita che spesso vivevano persone molto rispettabili del tempo.
Non solo: si deve alla regia e al cast di attori la capacità di contenere gli aspetti di umorismo “fuori dalle righe” dell’autore, pur mantenendone la forza sarcastica, critica e attuale. E’ il vero Oscar Wilde sfrontato, provocatore ma dotato di una leggerezza unica nel suo genere letterario.
Consigliato ai frequentatori assidui del teatro per rivedere un’opera che ogni volta eccelle; superconsigliato a chi è passato vicino alle opere di Oscar Wilde, senza coglierne la profondità e la spigliatezza.
Domani l’ultima replica!
