Shakespeare rivive a teatro: recensione di ‘Molto rumore per nulla’ diretta da Simone Severgnini

E’  in scena fino a domani 16 novembre 2025 sul palco del Teatro Leonardo di Milano, lo spettacolo “Molto rumore per nulla“, una rilettura di William Shakespeare, reinterpretata dalla compagnia Il Giardino delle Ore con la regia di Simone Severgnini, che abbiamo già presentato sulle nostre pagine e a cui vi rimandiamo per altre info, orari e prezzi.

LA NOSTRA RECENSIONE
Shakespeare trova una completa espressione del suo teatro vittoriano nella messa in scena, con la regia di Simone Severgnini, della commedia romantica “Molto rumore per nulla”. Ci sono tutti i caratteri distintivi di questa scelta letteraria: 1 ragazzo e una ragazza che si vogliono unire, ma c’è un impedimento, che può essere una persona in autorità o una condizione sociale o familiare. Non può mancare il lieto fine, perché si tratta di vero amore. Spesso, e anche in questo caso, le figure degli uomini sono importanti: aitanti, mascolini e maschilisti, arroganti con le donne, per poi innamorarsene e arrivare al cambiamento per amore.


Siamo a Messina, ben descritta dalla nostra presentazione ricca di agrumi e di casette
  (geniale la proposta di pannelli in movimento realizzata da Chiara Previato e Laura Pigazzini per creare piccoli ambienti diversificati quali angoli di dialogo raccolto). Si tratta  di un lavoro in cui il cast di attori è numeroso, a volte con ruoli diversi, come per Giacomo De capitani che impersonifica la figura del frate e di una guardia, con una recitazione tanto baldanzosa di cavaliere, quanto umoristica e accattivante.

Un cast che si incastra elemento dopo elemento: a una battuta corrisponde un rimbalzo verbale, a un momento emotivo risponde una carica sentimentale e personale. Gli attori occupano tutto lo spazio di scena, anche il fondo, separato da strutture leggere che consentono una visione attraverso, per rimanere “agganciati” a tutti i personaggi, vicini e lontani: un gioco di prospettiva mobile, sulla quale si innestano le scene che si susseguono a catena, senza sosta.  E’ un lavoro corale, in cui i personaggi minori sono indispensabili allo svolgimento della trama, assumendo un funzione di confronto, mettendo in risalto le caratteristiche dei personaggi maggiori.

Per ogni situazione e/o personaggio, l’opera procede con elementi narrativi speculari:
buona fede di Don Pedro –  intrighi malvagi di Don Juan
vicende amorose di Ero e Claudio –  vicende di Beatrice e Benedetto
fedeltà del soldato – voltafaccia di Borracho

Leonato (Antonio Brugnano), governatore di Messina, riceve una lettera da Don Pedro principe d’Aragona (Fabrizio Martorelli) di ritorno dalla battaglia per sedare la rivolta del fratello bastardo (di nome e di fatto) Don Juan; sarebbe passato da Messina con i suoi soldati, prima di tornare ciascuno alla propria dimora. Tra i suoi, il conte Claudio (Carlo Merico) è giovane e in età da matrimonio e Benedetto (Tomas Leardini), meno giovane, ma comunque in età da matrimonio. Leonato ha una figlia, Ero (Maria Canal), in età da matrimonio e una nipote orfana Beatrice (Ilaria Marchianò), meno giovane, in età da matrimonio.

Era e Claudio, Beatrice e Benedetto si innamorano; due storie d’amore che scorrono per tutto il testo, formando trame: Ero/Claudio con il loro amore romantico e Beatrice/Benedetto, con il loro sarcastico battibeccare. A questa “impalcatura”  si uniscono due figure in autorità, Leonato e Don Pedro, che non hanno intenzione di impedire i matrimoni, come spesso accade nello schema shakespiriano.

In quest’opera, infatti, l’autore utilizza mezzi narrativi ricercati, pur attenendosi ai suoi parametri di evoluzione del dramma dentro la commedia. Diversi sono gli impedimenti:
in prima linea Don Juan (questo matrimonio non s’ha da fare), che architetta un finto tradimento di Ero con un suo subalterno Borracho (Matteo Castagna), portando sotto le finestre dove si incontrano in realtà Borracho e Margaret (Alessandra Mornata), Claudio e Don Pedro. L’inganno funziona e Claudio elabora il modo terribile per denunciare Ero durante la cerimonia di matrimonio;

un altro impedimento è Claudio stesso in un “concorso di colpa” con tutta la società che circonda la coppia, influenzando le circostanze contro la giovane donna innocente;

un altro ostacolo è la lettera ricevuta da Leonato, che prepara il terreno per un confronto forte tra i soldati carichi di euforia per aver vinto la battaglia e l’ambiente tranquillo e al femminile di Messina. Diventa un vero e proprio contrasto quando Claudio non esiterà a credere alle parole di Don Juan (malgrado la fama di vile che lo precede), tanto che la sua debolezza emotiva esploderà in odio contro le donne. Anche Leonato, padre della ragazza, è disposto a credere alla storia falsa che riguarda la figlia.

Shakespeare sottolinea, e Simone Severgnini coglie ed esprime al meglio questa intenzione dell’autore, tutti i cambiamenti all’interno della società messinese, capace di dar sfogo a una “violenza di gruppo” contro una giovane donna, all’insegna dei valori della castità e della verginità. Tutte le mosse per far scoppiare la rottura sono state fatte, tramite lo scambio tra realtà e apparenza, che può diventare realtà quando tutti la riconoscono come tale.

Il messaggio che traspare dalla logica drammatica è che, la scena contro la ragazza sia il risultato di ciò che tutti erano già disposti a credere. Shakespare e il regista sono andati di pari passo, in una intesa con il cast di attori perfetta per giungere al culmine della narrazione: Claudio spinge Ero contro suo padre, la rifiuta e la umilia, trasportando nel suo delirio di gelosia il padre della ragazza che vorrebbe addirittura la morte di lei per superare l’oltraggio della ferita d’onore, dopo l’affermazione del pretendente “Non dare una arancia marcia a un amico”. La ragazza sviene e, al culmine dell’emozione, non viene ripagata da alcuna attenzione.

L’unico uomo che rimane in difesa di Ero è il frate (Giacomo De Capitani) che escogita il piano di una finta morte della ragazza per accendere il senso di colpa in Claudio per farlo tornare sulle sue decisioni. Non sarà questo stratagemma a risolvere il dramma, ma l’intervento di Carruba (Dario Merlini), capo delle guardie di ronda a Messina. Sulla confidenza di una guardia (sempre De Capitani), mette allo scoperto la confessione del colpevole, aprendo al lieto fine e mettendo a tacere il “molto rumore”. Descrive il reato sotto forma di elenco numerato, disordinatamente, ripetendo più volte gli stessi concetti, con parole diverse.

Non si può dimenticare un encomio speciale al personaggio di Carruba, anche nei suoi dialoghi con la guardia e gli altri interlocutori. Spezza con i suoi modi la drammaticità degli eventi; porta alla risata e alla solidarietà del pubblico con il suo personaggio umile, maldestro e goffo. Tramite il linguaggio, si nota la finezza dell’autore nell’uso di strumenti verbali specifici per i singoli personaggi, associandoli per classi sociali. Claudio, Ero, Leonato e il frate si esprimono in versi, rappresentanti della classe più nobile; Benedetto e Beatrice, anche se di condizione elevata si esprimono attraverso metafore che danno maggior forza agli scambi  tra “Signor Stoccata” e “Madama Sdegno”; Carruba è incapace di esprimersi correttamente e spesso sfocia in strafalcioni ed errori di assonanza fonetica, inserendo frammenti di canzoni di oggi, come parte integrante del copione. Ogni tentativo di rendere elegante il suo dialogo con Leonato, si trasforma in una parentesi comica.

Ogni dettaglio è stato studiato per dare vita a personaggi e situazioni che, dopo essere stati segnati dall’intrigo, dall’illusione e successiva disillusione, elevano una bandiera di arresa per lasciare spazio all’amore e al finale ovvio ma rassicurante.

Commedia drammatica da “gustare” in tutte le sue sfaccettature, facendosi condurre da un fantastico cast di specialisti del trasformismo emotivo e dell’inserimento sociale e familiare. Consigliato per “svecchiare” Shakespeare e portarlo molto vicino a noi.