Sorry, Baby!: etica della sottrazione e grammatica del trauma, al cinena dal 15 gennaio

ROMA, 9 gennaio 2025 – Sorry, Baby (2025), debutto cinematografico di Eva Victor, si colloca con decisione in quella linea del cinema contemporaneo che rifiuta la rappresentazione del trauma come evento eccezionale o spettacolare, preferendo inscriverlo nella trama opaca e discontinua della quotidianità. Il film, interpretato dalla stessa Victor accanto a Naomi Ackie, Lucas Hedges, Louis Cancelmi, Kelly McCormack, non mette in scena il dolore: lo ospita. Lo lascia agire per ellissi, per scarti minimi, per silenzi che non cercano mai di farsi interpretare fino in fondo.

Al Cinena dal 15 gennaio 2026

SINOSSI:
Agnes, giovane docente universitaria ironica, brillante e capace, vive in una piccola e nuvolosa cittadina del New England dove un tempo era studentessa modello. Quando subisce una molestia da parte di una persona fidata, il suo mondo si incrina senza rumore, senza clamore, quasi in punta di piedi. Il trauma non esplode: si deposita. E mentre la vita sembra andare avanti per tutti gli altri, per Agnes il tempo si spezza. Non c’è un prima che si chiude né un dopo che davvero comincia.


RECENSIONE:

Il trauma, qui, non è un punto di svolta narrativo né un’origine spiegabile. È una condizione temporale: un prima che non passa e un dopo che non arriva mai davvero. La struttura del film riflette questa frattura, evitando progressioni lineari, rivelazioni catartiche o dispositivi consolatori. Non c’è un arco di trasformazione classico, non c’è un “superamento”. C’è una soggettività che continua a esistere, spesso per inerzia, talvolta per ironia, sempre per necessità. La rinascita, se esiste, è sommessa, intermittente, fragile, e passa soprattutto attraverso il rapporto con Lydie, l’amica di sempre, unico appiglio sincero in un mondo che sembra aver già archiviato l’accaduto.

Dal punto di vista formale, Sorry, Baby adotta un’estetica della sottrazione radicale. La regia rinuncia deliberatamente a ogni enfasi visiva o musicale, scegliendo inquadrature trattenute, a volte quasi esitanti, come se anche la macchina da presa si interrogasse sul diritto di occupare lo spazio emotivo della protagonista. Questa scelta non è neutra: è profondamente etica. Il film si chiede costantemente quanto sia lecito mostrare, e decide che il rispetto passa attraverso il non detto, attraverso ciò che resta fuori campo.


La scrittura dei dialoghi rafforza questa postura. Le parole non spiegano, deviano. L’umorismo — secco, obliquo, talvolta sorprendentemente divertente — non funziona come alleggerimento, ma come dispositivo di sopravvivenza. Ridere non significa stare meglio: significa rendere il dolore comunicabile, socialmente tollerabile, forse persino invisibile. In questo senso, l’ironia diventa una forma di mimetismo, un modo per continuare a stare nel mondo senza dover continuamente giustificare la propria ferita.

La protagonista è costruita deliberatamente fuori da qualsiasi paradigma vittimario o pedagogico. Agnes non è pensata per essere esemplare, né per facilitare una facile identificazione empatica dello spettatore. È opaca, contraddittoria, a tratti respingente. Ed è proprio in questa opacità che il film trova la sua forza politica: Sorry, Baby rivendica il diritto a una rappresentazione del trauma che non debba essere edificante, né risolutiva, né pienamente intelligibile.


Prodotto da Barry Jenkins, Adele Romanski e Mark Ceryak per Pastel (Moonlight, Aftersun), il film è stato premiato al Sundance Film Festival 2025 con il Waldo Salt Screenwriting Award e celebrato anche a Cannes, segnando l’arrivo di una nuova voce nel cinema indipendente americano: audace, acuta, ma anche sorprendentemente tenera. Eva Victor ribalta consapevolmente il modo in cui il cinema racconta gli eventi traumatici, allontanandosi sia dal modello del poliziesco cupo sia da quello del post-mortem psicologico.

Emotivamente, il film lavora per accumulo silenzioso. Non cerca lo shock, ma l’erosione lenta. Lascia addosso una sensazione persistente di disagio lieve, di tristezza non dichiarata, di affetto trattenuto. È un cinema che non chiede di essere compreso, ma ascoltato. In definitiva, Sorry, Baby non offre soluzioni né narrazioni riparative. Offre uno spazio. Uno spazio in cui il dolore non viene risolto, ma riconosciuto come parte integrante dell’esperienza dell’esistere. Ed è proprio questa scelta — discreta, ostinata, onesta — a renderlo un film silenziosamente potente e difficile da dimenticare.

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