Domenica 11 gennaio 2026, alle ore 11, il Ridotto dei Palchi del Teatro alla Scala accoglie un appuntamento di grande raffinatezza, interamente dedicato alla musica da camera romantica e tardo-romantica. In uno degli spazi più intimi e suggestivi del teatro milanese, il concerto mette al centro il dialogo espressivo tra clarinetto, viola, pianoforte e voce, strumenti e timbri che tra Otto e primo Novecento hanno dato forma a un repertorio di rara intensità poetica. Protagonisti della matinée sono Giulia Taccagni, contralto, Aron Chiesa al clarinetto, Francesco Lattuada alla viola e Andrea Rebaudengo al pianoforte, interpreti di un programma che attraversa le pagine di Max Bruch, Louis Spohr, Robert Schumann e Johannes Brahms, componendo un affresco sonoro sospeso tra nostalgia, racconto e intimità cameristica.
IL CONCERTO
I Pezzi op. 83 di Max Bruch rappresentano un affascinante punto di snodo tra due secoli. Composti nel 1910, quando l’autore aveva superato i settant’anni, questi otto brani guardano formalmente al Novecento ma affondano le loro radici in un Ottocento maturo e consapevole. Bruch li scrisse per il figlio Max Felix, promettente clarinettista ventiseienne, destinato però a una carriera lontana dalle scene musicali. Il risultato è una raccolta che suona come un omaggio nostalgico alla grande tradizione cameristica di Schumann, Mendelssohn e soprattutto Brahms, autore che aveva affidato al clarinetto alcuni dei suoi ultimi e più intensi capolavori.
L’op. 83 rivela con chiarezza la poetica di Bruch: un compositore estraneo alle avanguardie, consapevole dei propri limiti ma anche della propria abilità melodica. Costretto per tutta la vita a scrivere musica “che vendesse”, Bruch seppe però trasformare questa necessità in una cifra stilistica riconoscibile, fondata su equilibrio, cantabilità e calore espressivo. La serenità degli ultimi anni gli regalò una stagione creativa sorprendentemente felice, inaugurata proprio da questi Pezzi.

Al loro interno spiccano momenti di particolare suggestione: l’Allegro con moto, in cui il clarinetto entra in scena con il passo sicuro del protagonista, richiama esplicitamente l’universo brahmsiano; nella Melodia rumena il pianoforte, con i suoi arpeggi, evoca il suono del cimbalom, mentre viola e clarinetto distendono una linea melodica di sapore popolare. Il Canto notturno intreccia i tre strumenti in un dialogo sempre più carico di pathos, mentre il Rondò conclusivo, unico brano in modo maggiore, chiude la raccolta con un’energia luminosa e danzante.
Un’altra amicizia fondamentale per la storia del clarinetto romantico è quella tra Ludwig Spohr e Johann Simon Hermstedt. Quando si conobbero, Spohr aveva appena ventidue anni ed era al suo primo incarico; Hermstedt era già un clarinettista celebre. Uniti dall’amore per Mozart, consolidarono il loro sodalizio suonando insieme il Quintetto con clarinetto. Spohr scrisse per l’amico quattro concerti e numerosi brani cameristici, contribuendo indirettamente anche all’evoluzione tecnica dello strumento, stimolata dalle ardite richieste della sua scrittura.
Nel 1837 nacquero così i Sei Lieder op. 103, pensati per voce, clarinetto e pianoforte. Questo ciclo, che spazia dal duetto al canto intimo, riflette un romanticismo maturo e introspettivo. Il drammatico Sei still, mein Herz sembra rispecchiare il dolore personale di Spohr, mentre altri brani esplorano la Sehnsucht, il desiderio inappagabile, fino alla freschezza primaverile di Wach auf, eco lontana dello schubertiano Der Hirt auf den Felsen.
Il termine Märchen, centrale nell’immaginario romantico, trova una traduzione musicale esemplare nelle opere di Robert Schumann. Dopo i Pezzi fantastici e la Kreisleriana, ispirati a E.T.A. Hoffmann, Schumann compose i Märchenbilder op. 113 e le Märchenerzählungen op. 132, queste ultime per clarinetto, viola e pianoforte. Qui il racconto fiabesco diventa suono: il dialogo appassionato tra clarinetto e viola, le evocazioni arpeggiate del pianoforte, le atmosfere sospese e visionarie restituiscono quella dimensione in cui il reale sfuma nell’immaginario.
In questo stesso solco si collocano i due Lieder dell’op. 91 di Johannes Brahms, autentici gioielli cameristici. Scritti per gli amici Joseph e Amalie Joachim, questi brani attribuiscono alla viola un ruolo essenziale nel sostenere la voce del contralto. Nella Ninna nanna il timbro caldo della viola si intreccia alla voce in un abbraccio intimo, mentre in Gestillte Sehnsucht il tema centrale diventa il desiderio di quiete dell’adulto, stanco delle inquietudini quotidiane. Nonostante l’intensità emotiva di queste pagine, la speranza di Brahms di riconciliare la coppia di amici rimase purtroppo disattesa.
Nel loro insieme, queste opere raccontano un mondo sonoro in cui il romanticismo, giunto alla maturità, si ripiega su se stesso con nostalgia e profondità espressiva. Clarinetto, viola e pianoforte diventano così voci di un dialogo intimo, sospeso tra memoria e racconto, capace ancora oggi di parlare con sorprendente mmediatezza all’ascoltatore contemporaneo.
(Elisabetta Fava)
TEATRO ALLA SCALA
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