La regia di Andrea Chiodi rilegge Molière con Tindaro Granata come protagonista. Dopo una presentazione che prometteva un equilibrio tra fedeltà al classico e sguardo contemporaneo, Il malato immaginario di Molière arriva al Teatro Manzoni di Monza dal 23 al 25 gennaio come uno di quegli spettacoli che non si limitano a “riproporre” un testo, ma lo interrogano. La regia di Andrea Chiodi, su adattamento e traduzione di Angela Dematté, affronta uno dei testi più celebri e corrosivi del teatro europeo con intelligenza, rispetto e una chiara volontà di dialogare con il presente.
Scritto nel 1673, Il malato immaginario è l’ultimo testo di Molière e porta con sé un attacco feroce al mondo medico, ma anche qualcosa di più profondo e personale: la paura della morte, l’ossessione per il corpo, l’illusione del controllo. Giovanni Macchia, saggista e critico letterario, definiva Molière “uno scienziato delle nevrosi”, e questa messinscena sembra prendere sul serio quella definizione, scavando sotto la superficie farsesca per lasciare emergere un ritratto inquieto, fragile, sorprendentemente attuale.
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Al centro dello spettacolo c’è Argante, ipocondriaco patologico e prigioniero delle proprie paure, interpretato da Tindaro Granata con una prova di grande precisione e intelligenza scenica. Granata evita ogni tentazione macchiettistica: il suo Argante non è solo un corpo comico che inciampa nei propri deliri, ma un uomo spaventato, dipendente, incapace di vivere senza la rassicurazione della diagnosi. Il lavoro attorale è fisico ma mai gratuito, costruito su un equilibrio sottile tra comicità e inquietudine, tra risata e disagio.

Accanto a lui, Lucia Lavia offre una presenza solida e incisiva, inserendosi con naturalezza in un impianto che punta molto sulla coralità. Il cast formato da Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi e Ottavia Sanfilippo lavora come un meccanismo ben oliato, restituendo ritmo, chiarezza narrativa e una varietà di registri che sostiene l’intera architettura dello spettacolo. Non ci sono ruoli “minori”: ogni personaggio contribuisce a costruire quel mondo grottesco e soffocante in cui Argante si muove come un burattino manovrato da medici, farmacisti e familiari interessati.
La regia di Chiodi sceglie una strada onirica e irriverente, senza mai perdere il controllo del testo. Scene e colori che ricordano un po’ il primo Almodovar, dove cerone e rossetti sgargianti erano una costante. La comicità è sottile, spesso travolgente, ma non fine a sé stessa: dietro la risata si avverte sempre una nota amara, un senso di claustrofobia che rende Argante simile ad altri grandi avari della drammaturgia, primo fra tutti Arpagone. L’ipocondria diventa qui una vera protagonista, una forza che domina lo spazio scenico e le relazioni, trasformando la paura in sistema di potere.
Fondamentale il contributo dell’apparato visivo. Le scene di Guido Buganza costruiscono uno spazio che non è mai puramente realistico, ma sembra oscillare tra interno domestico e paesaggio mentale. Colpisce, anche per chi frequenta il teatro da anni, trovarsi davanti a uno spettacolo costruito interamente in un bagno, con un water sempre in primo piano. I costumi di Ilaria Ariemme dialogano con questa ambiguità temporale, mentre le musiche di Daniele D’Angelo accompagnano l’azione senza sovraccaricarla, suggerendo atmosfere più che commentando esplicitamente. Le luci di Cesare Agoni lavorano per sottrazione, delineando zone d’ombra che rafforzano la sensazione di instabilità emotiva. Il grande candelabro che oscilla alla fine è un tocco d’arte.

Prodotto dal Centro Teatrale Bresciano in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura e Viola Produzioni Roma, questo Malato immaginario dimostra come un classico possa essere affrontato senza nostalgia e senza tradimento. La forza dello spettacolo sta proprio nella sua capacità di far convivere la tradizione della grande commedia con un’attenzione contemporanea ai temi della fragilità e della paura, ma anche all’immagine, ai suoni e all’originalità.
Ciò che resta non è solo il piacere della risata, ma una sensazione più sottile: quella di aver assistito a un gioco teatrale che, sotto la maschera della farsa, continua a parlarci delle nostre ossessioni moderne, del bisogno di rassicurazioni e della difficoltà di accettare l’incertezza. Molière, a distanza di secoli, colpisce ancora. E lo fa proprio lì dove fa più male, nella risata. L’immagine di Argante, nella vasca da bagno, come moderno Marat è pura poesia e vale andare a teatro anche sotto la pioggia.
Vale infine la pena segnalare, come ricordato alla fine dello spettacolo, che il Teatro Manzoni di Monza tornerà a ospitare Tindaro Granata l’8 maggio con “Vorrei una voce”, spettacolo scritto e interpretato dallo stesso Granata, ispirato a un’esperienza intensa vissuta all’interno della Casa Circondariale di Messina, nel Teatro Piccolo Shakespeare, lavorando con le detenute di alta sicurezza del progetto Il Teatro per Sognare, diretto da Daniela Ursino. In scena, Granata sarà solo, accompagnato dalle canzoni di Mina eseguite in playback, per un monologo intimo e potente che attraversa temi di libertà, identità, desiderio di riscatto e bisogno di espressione.
Per altre info:
www.teatromanzonimonza.it/
039/ 386500 – info@teatromanzonimonza.it
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Diego Papadia, classe 1989, originario di Mesagne (BR), vive a Milano dall’età di 19 anni. Lavora nel settore della consulenza informatica occupandosi di supporto applicativo, competenza che affianca all’attività giornalistica online. Appassionato di arte, editoria e teatro, scrive dal 2012 per diverse testate digitali, attualmente per Weblombardia, ricoprendo il ruolo di responsabile Cultura, Musica e Spettacolo, occupandosi principalmente di spettacoli dal vivo, eventi culturali e recensioni, con particolare attenzione alla divulgazione e alla condivisione di esperienze. Appassionato di viaggi e bicicletta (ma non di social network), ogni momento è buono per fare nuove avventure. Dal 2025 vive a Monza e si occupa di eventi e spettacolo anche nella verde Brianza.
