Quando il dolore di un Paese diventa una questione culturale e civile
Non facciamo cronaca.
Non è una posa, né una distinzione di comodo: è una scelta editoriale. Preferiamo il tempo lungo dell’analisi, il contesto, le connessioni profonde tra i fatti. Ma ci sono eventi che, per intensità emotiva e valore simbolico, travalicano la dimensione del “fatto di giornata” e interrogano direttamente la coscienza civile di un Paese.
Quanto accaduto a Niscemi appartiene a questa categoria. E ignorarlo significherebbe sottrarsi a una responsabilità che, prima ancora che giornalistica, è culturale.
Le immagini e i racconti che arrivano da Niscemi restituiscono una scena purtroppo familiare: l’Italia dell’incuria, delle promesse mancate, delle lacrime che si mescolano alla rabbia. L’Italia delle “tragedie annunciate”, dell’indignazione postuma, delle domande che risuonano sempre uguali – dov’era lo Stato? – e che ottengono risposte sempre più stanche, quando non evasive. È la narrazione ricorrente di un Paese che conosce i propri rischi ma sceglie, sistematicamente, di conviverci senza governarli.
Non si tratta di un’eccezione geografica o di una fatalità locale. Niscemi dialoga idealmente con Bagnoli, dove il bradisismo è diventato una condizione permanente; con le aree vesuviane, dove milioni di persone vivono all’ombra di un pericolo noto; con le tante comunità costruite lungo fiumi, pendii, faglie, come se il territorio fosse una superficie neutra e non un organismo vivo, complesso, fragile.
Secondo l’ISPRA, sette milioni di italiani risiedono in zone a rischio alluvione, oltre un milione e trecentomila in aree soggette a frane, mentre più di ventuno milioni abitano territori ad alto rischio sismico. Non emergenze episodiche, ma una condizione strutturale, ormai cronicizzata.
È in questo quadro che i dati ISTAT sull’abusivismo edilizio assumono un peso che va oltre la statistica. Ogni cento case costruite in Italia, quindici sono abusive. Nel Sud e nelle Isole si supera la soglia delle quaranta. Numeri che raccontano non solo l’illegalità diffusa, ma un patto tacito e duraturo tra necessità, tolleranza e convenienza.
L’abuso non è un incidente: è spesso una pratica socialmente accettata, politicamente tollerata, amministrativamente rimandata. È il risultato di uno Stato che, prima, preferisce non vedere – perché reprimere costa consenso, perché regolare richiede visione, perché pianificare significa assumersi responsabilità – e che, dopo, arriva soltanto quando il disastro è già avvenuto, quando restano le macerie, i lutti, le dichiarazioni ufficiali.
Dov’è lo Stato?
La risposta è tanto semplice quanto scomoda: non c’è, nei momenti in cui dovrebbe esserci davvero. Non nella prevenzione, non nella pianificazione, non nella tutela del territorio come bene comune. La sua presenza si manifesta spesso solo a posteriori, sotto forma di emergenza, ristori, promesse di ricostruzione. Una gestione che trasforma l’eccezione in metodo e l’urgenza in normalità.
È per questo che Niscemi non può essere archiviata come l’ennesimo episodio sfortunato. È un paradigma. Un punto di convergenza tra fragilità ambientale, irresponsabilità politica e rimozione collettiva.
E se normalmente scegliamo di non fare cronaca, questa volta abbiamo sentito il dovere di prendere parola. Perché qui non è in gioco soltanto un evento, ma il modo in cui un Paese continua a raccontarsi – e ad assolversi – mentre ripete gli stessi errori.
Sebastiano Di Mauro nasce ad Acireale (CT) nel 1954 dove ha vissuto fino a circa 18 anni. Dopo si trasferisce, per brevi periodi, prima a Roma, poi a Piacenza e infine a Milano dove vive, ininterrottamente dal 1974. Ha lavorato per lunghi anni alle dipendenze dello Stato. Nel 2006, per strane coincidenze, decide di dedicarsi al giornalismo online occupandosi prima di una redazione a Como e successivamente a Milano e Genova, coordinando diverse redazioni nazionali. Attualmente ha l’incarico di caporedattore di questa testata e coordina anche le altre testate del Gruppo MWG e i vari collaboratori sul territorio nazionale.
