Mattarella in tram e l’Italia che si riconosce: il simbolo più potente di Milano-Cortina 2026

Un boato quando appare. Eppure, nessun effetto speciale. Sergio Mattarella arriva in tram. Un vecchio tram arancione milanese, di quelli cari a Enzo Jannacci e Beppe Viola, che attraversa la città senza clamore, senza elicotteri, senza scenografie da potere spettacolarizzato. Solo rotaie, persone, futuro.

È un’immagine straordinaria nella sua semplicità, ed è proprio per questo che resta. Il Presidente della Repubblica sceglie il mezzo più democratico che esista: il tram che non distingue, che non separa, che non prevede business class. Tutti sullo stesso piano, occhi negli occhi. Andata e ritorno. Un gesto che vale più di mille discorsi ufficiali.

Quel tram è il numero 26, ed è pieno di bambini. Bambini che rappresentano il domani, l’Italia che verrà. Bambini italiani, figli di famiglie arrivate da altri Paesi, seduti insieme, protetti, sorridenti. È integrazione reale, non proclamata. È una fotografia limpida di ciò che la Repubblica dovrebbe essere: cura, prossimità, futuro condiviso.

Sul tram salgono anche i portabandiera, ci si stringe, ci si mescola. Al posto di guida, un altro simbolo potentissimo: Valentino Rossi, campione globale con le radici ben piantate a Tavullia. Tranviere per un giorno, in cravatta. Il messaggio è chiaro: si può essere velocissimi e andare piano, si può vincere tutto senza perdere la normalità. Paese e mondo, insieme.

In un tempo di disumanizzazione totale, questo gesto pesa come un macigno. In un mondo in cui l’odio diventa caricatura, in cui si muore ogni giorno per guerre e carestie usate come armi, il Presidente prende il tram. Prossima fermata: San Siro. E un altro boato accompagna l’arrivo.

Per la prima volta, i Corazzieri ricevono la bandiera italiana in questo contesto. È il Quirinale che scende in strada, è la Costituzione che si fa corpo, presenza viva. L’Inno di Mameli, cantato da Laura Pausini in una versione pop essenziale, senza quel “sì” finale voluto dallo stesso Mattarella, suggella il senso profondo del momento: non si va alla guerra, non si dovrebbe andarci.

Questo è il Presidente che prende il tram come tutti. Lo stesso Presidente che, nel marzo 2020, nel pieno della pandemia, fuori onda, disse con naturalezza: «Non vado dal barbiere neanche io». Spettinato come lo erano tutti gli italiani. Lo stesso che, pochi giorni fa, ha indossato camice e mascherina per stare accanto ai ragazzi feriti al Niguarda, dopo la tragedia di Crans Montana. Il corpo del Presidente come argine, come presenza che non arretra.

Guardando questa scena, Torino 2006 sembra lontanissima. Quasi preistoria. Era l’epoca prima della crisi permanente. Allora il Presidente Carlo Azeglio Ciampi parlò dello sport come responsabilità civile, come modello per i giovani, come strumento per migliorare la società. Parole che oggi tornano attuali, ma che con Mattarella in tram diventano azione, gesto, testimonianza.

Milano-Cortina 2026 si apre così: non con la retorica della grandezza, ma con la forza silenziosa della normalità. Un Presidente che viaggia insieme ai cittadini. Un Paese che, almeno per un attimo, si riconosce nello stesso vagone. Ed è forse questa la vittoria più grande.

Preceduto da un boato, il più grande – «Sergio! Sergio!» – il Presidente Mattarella allo stadio dirà soltanto poche parole, le uniche necessarie:
«Dichiaro aperti i Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026».
Niente enfasi, nessuna retorica aggiunta. Perché il senso era già stato detto prima.

Era già stato detto scendendo da quel tram numero 26. Un tram multietnico e insieme profondamente italiano. Un tram che non divide, che non eleva, che non isola.

Mattarella era già arrivato così: non da capo dello Stato distante, ma da cittadino tra i cittadini. E forse è proprio questo il messaggio più forte di tutta la cerimonia: prima ancora dell’inaugurazione ufficiale, i Giochi erano già aperti nel Paese reale. Nelle persone, nei volti, in quel viaggio condiviso.

Il resto è protocollo.
Quel gesto, invece, è storia.