Il mito di Efesto, noto ai Romani come Vulcano, rivive con forza arcaica e profondamente umana nello spettacolo portato in scena da Salvo Drago al Teatro Rosetum, nell’ambito della rassegna Capannone Rosetum 2026.
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LA LEGGENDA
Nella mitologia greca Efesto è il dio del fuoco, dei metalli e della tecnologia, il fabbro divino che forgia armi leggendarie. Figlio della dea Era, fu scacciato dall’Olimpo per la sua zoppia e per la sua bruttezza. Cadde sulla terra e fu salvato dalla ninfa Teti, futura madre di Achille, scescendo sull’isola di Lemnos, lontano dagli dei, ma riuscì a riscattarsi grazie al suo talento straordinario. Nella sua fucina nascosta tra i vulcani — spesso identificata con l’Etna — lavorava insieme ai Ciclopi creando armi invincibili per eroi come Achille ed Enea.
La sua storia è segnata da vendetta, dolore e tradimento: celebre l’episodio del trono d’oro magico con cui imprigionò la madre Era, liberandola solo dopo l’intervento di Dioniso, ottenendo in cambio il ritorno sull’Olimpo e la mano della splendida Afrodite. Ma anche quell’unione fu segnata dall’umiliazione, quando scoprì il tradimento della dea con Ares.
LA RECENSIONE
Fin qui la leggenda. Ma Salvo Drago compie un’operazione teatrale coraggiosa: torna alla radice del mito e lo restituisce al pubblico con uno spettacolo interamente in lingua siciliana, senza filtri e senza addomesticamenti. Il risultato è una drammaturgia intensa e viscerale, sostenuta dalla sua interpretazione magnetica e da una mimica potentissima che riesce a trasformare ogni espressione del volto in emozione viva.
Il dolore di Efesto diventa una confessione quasi universale. Più volte riecheggia la frase:
“Ma unu comu si avi a sentiri?” – ma uno come si dovrebbe sentire?
Una domanda che attraversa tutta la narrazione, riferita all’abbandono della madre, all’umiliazione, al tradimento. Ed è proprio in questi momenti che il mito smette di essere lontano e diventa umano, contemporaneo.
Accanto alla sofferenza emerge anche la saggezza popolare siciliana, condensata nella massima:
“Cu havi cchiù sali consa a minestra”, ovvero chi possiede più saggezza sa dare sapore alla vita.
Dal mito e dal dolore – perché di vero dramma si tratta – nasce così una confessione poetica che mescola il fuoco dell’Etna, l’ironia amara e una passione bruciante. Il racconto diventa grido, preghiera, atto d’amore tradito. Ogni spettatore può riconoscersi in quella ferita. E chi conosce la Sicilia, o è siciliano, avverte nelle parole un fuoco antico che consuma e commuove.
La forza dello spettacolo risiede anche nella sua essenzialità scenica. La scenografia è volutamente minimale: un’incudine, una cassetta degli attrezzi, una gomma d’automobile, strumenti da fabbro e una scaletta che diventa supporto per alcune azioni. La fucina, con il fuoco che fonde il ferro, non è realmente presente: prende vita solo nella fantasia dell’attore e, grazie alla sua potenza evocativa, si trasferisce direttamente nell’immaginazione dello spettatore.
Ad arricchire il monologo sono le suggestive sonorità dal vivo di Fabio Agosta al pianoforte.
Le sue musiche originali amplificano la tensione emotiva e drammaturgica con un suono che pulsa come magma sotterraneo.
Il risultato è una partitura essenziale e incandescente, dove parola e musica si fondono in un unico respiro. La composizione musicale crea un ponte tra racconto e sentimento, permettendo al pubblico di immergersi completamente nella dimensione emotiva della storia. Le melodie diventano eco dei pensieri del protagonista, amplificando tensioni, silenzi e rivelazioni.
Le note, eseguite dal vivo, dialogano costantemente con la voce dell’interprete, trasformando la musica in un vero e proprio personaggio invisibile. Il pianoforte non si limita a sostenere la narrazione: ne segue il ritmo, ne respira i silenzi, sottolinea i momenti più intensi e accompagna quelli più intimi con delicate sfumature sonore.
Il risultato è uno spettacolo che brucia di verità. E la prova di Salvo Drago, potente, essenziale e profondamente emotiva, dimostra come il teatro possa ancora trasformare un mito antico in un’esperienza viva e universale.
Sebastiano Di Mauro nasce ad Acireale (CT) nel 1954 dove ha vissuto fino a circa 18 anni. Dopo si trasferisce, per brevi periodi, prima a Roma, poi a Piacenza e infine a Milano dove vive, ininterrottamente dal 1974. Ha lavorato per lunghi anni alle dipendenze dello Stato. Nel 2006, per strane coincidenze, decide di dedicarsi al giornalismo online occupandosi prima di una redazione a Como e successivamente a Milano e Genova, coordinando diverse redazioni nazionali. Attualmente ha l’incarico di caporedattore di questa testata e coordina anche le altre testate del Gruppo MWG e i vari collaboratori sul territorio nazionale.
