Sarà in scena fino all’8 marzo, presso il Teatro Franco Parenti, sala blu, lo spettacolo “Il mio nome è Maria Stuarda”, tratto dal testo di Nicoletta Verna, sul progetto di Andrèe Ruth Shammah e la regia di Andrea Piazza.
QUI, altre info sullo spettacolo.
Maria Stuarda (Marina Rocco) non è la regina (anche se il padre lo avrebbe voluto per la sua bambina), moglie di Enrico VIII d’Inghilterra, ma una donna che vive nel secondo dopoguerra, semplice, priva di scolarità, affamata, senza lavoro e con un marito disperso in Russia (… e meno male!). Si rivolge al pubblico e, con grande modestia, vuole raccontare i fatti della sua vita; così modesta da non pretende di essere creduta, ma solo ascoltata… “Sono qui per dirvi come è andata”. Sul palco solo uno sgabello e un microfono: non serve altro per narrare di sé, con ritagli di giornale nelle mani, quasi a documentare i fatti.
Apparentemente, è un monologo, ma, man mano, si rivela un dialogo tra passato e presente, due tempi storici della sua vita , entrambi segnati da sofferenze e sopportazione. Maria Stuarda di oggi, come ogni mattina, con la sua bicicletta esce a cercare il lavoro della speranza. Si “scontra” con una donna precipitata dal balcone… Chi è? Cosa è accaduto? Quella donna lavorava al calzaturificio…Nella mente di Maria Stuarda prende posto l’istinto di sopravvivenza, che quasi le procura un senso di colpa: ora il suo posto è vacante… “E’ il caso che sceglie chi vive e chi muore”.
L’espressione di Marina Rocco si trasforma: dalla donna lenta nel parlare, rassegnata, cantilenante, esce una nuova forza, un incalzante bisogno di rivincita sulla vita così grigia. Coglie l’attimo : tutto potrebbe cambiare!
Sono scene che si susseguono senza spazi diversi… L’attrice non perde un colpo, rivela l’anima di Maria Stuarda, ne condivide le paure e i sogni.
La protagonista parla con il marito assente, gli racconta, più ora di quando era presente; lo rivede come marito gentile, istruito, brutto ma dolce… Solo per un tempo: la gelosia lo trasforma nel mostro che la prende a cinghiate e la ferisce profondamente giudicandola e appellandola con modi terribili.
Ogni giustificazione che Maria Stuarda cerca non può reggere di fronte al suo dolore interiore: le ferite bruciano di rabbia… Se non fosse andato in guerra, avrebbe ucciso lei quest’uomo che tutte le donne le invidiavano perché aveva un lavoro e portava a casa uno stipendio che le permetteva di vivere serena. Ora ha un solo vestito, che lava e indossa, come la sua espressione: lava il dolore e indossa la maschera di donna che regge la vita.
E’ bella: “Chi ha una bella faccia ha un buon potere”; è desiderabile per il marito, per il carbonaro che insinua il dubbio del tradimento (motivo delle frequenti punizioni corporali inflitte dal marito alla donna)… Non solo: è bella e la vede anche il suo datore di lavoro, che la raggiunge nella sua nudità mentre si cambia dalla divisa da lavoro e tenta di abusare di lei. Un urlo soffocato in un cuore marmoreo, una nuova battaglia contro chi le manca di rispetto e poi l’esplosione di reazioni negate contro suo marito. Aggredisce il capo, gli lancia un vaso di colla e, nella colluttazione, lui cade, sbatte la testa, ma… Non muore… Lui non muore… E Maria Stuarda? La troviamo in un’aula di tribunale, durante il processo contro di lei, per omissione di soccorso, delitto gravissimo, più del tentato stupro, che perde di valore davanti all’indifferenza. E’ sola: un soliloquio profondo e inascoltato.

In una cornice “minimal”, con la regia di Andrea Piazza, si spezza ogni legame con il contesto dell’ambiente. Maria Stuarda è al centro, il resto sfuma, tranne il suono del sax (Marina Notaro) che, alzando e abbassando i toni, non solo accompagna la protagonista, ma interagisce con lei e, insieme, compiono una recitazione emozionante e coinvolgente. La grande forza della recitazione di Marina Rocco è proprio questa: non ci lascia nel ruolo di spettatori silenti, ma ci allinea all’esperienza tragica di una donna, come tante nel dopoguerra, in cerca di una speranza, di una evoluzione storica e personale.
Maria Stuarda di Enrico VIII era soprannominata “la sanguinaria”, la “nostra” teme il sangue, soprattutto il suo. Non è un caso questa “strana” connessione: il sangue della guerra, ormai, non fa più paura; purtroppo è diventato un elemento ricorrente. Il suo sangue è una bandiera alzata che parla di sofferenza, percosse, inedia, disillusione. Ogni goccia versata, anche per un taglio accidentale su un dito, provoca ricordi, brutti ricordi.
I vestiti appesi nel finale (grazie a Simona Dandoni) sono un modello già presente nella rappresentazione della Maria Stuarda di Donizetti: come in questo caso rappresentavano la spoliazione del potere, la tragica spersonalizzazione della regina e il suo abbandono alla morte, così ora esprimono i momenti passati e i momenti desiderati. Solo alcuni vengono sistemati sulle sedie, come se molte Maria Stuarda fossero lì a guardare, avessero qualcosa da raccontare.
Ogni vestito vuoto indica un cambio di ruolo: alcuni di loro (calzoncini corti e lingerie) parlano di liberazione femminista, di emancipazione e di riscatto.
Ottima tempistica per la festa della donna, di tutte le donne, anche di quelle ancora prigioniere di un sistema o di una cultura.
Marina Rocco e Marina Notaro, duettando, scatenano passione e, nel loro intercedere, lento e incerto all’inizio e man mano sempre più forte, scatenano un turbine, un fiume di parole e di gestualità che rimanda a molte riflessioni sul valore del rispetto e della vita stessa.
Imperdibile stralcio di storia, costellato dal racconto di una vita che potrebbero essere tante!
