La mostra Robert Mapplethorpe – le forme del desiderio, in esposizione a Palazzo Reale fino al 17 maggio 2026 è magnetica. Sicuramente per la fama di Robert Mapplethorpe, ma anche per la chiarezza radicale con cui questa retrospettiva mette a fuoco la sua ossessione principale: la forma. Una forma che diventa corpo, tensione, desiderio, e soprattutto controllo. E’ una mostra che non racconta Mapplethorpe, ma lo mette a nudo nella sua ossessione più pura.
La mostra, curata da Denis Curti, si inserisce in un progetto più ampio e costruisce un percorso che non segue una logica cronologica, ma visiva ed emotiva. Si entra e si viene subito immersi in un universo in cui tutto è calibrato: luci, pose, geometrie. Il percorso espositivo parte con tre personaggi importantissimi per la vita privata e artistica di Robert Mapplethorpe: Patti Smith, Lisa Lyon e se stesso. In egual misura i ritratti di grandi donne e uomini, prendono una seconda parte della mostra e forse anche la più interessante, poiché è in quelle foto che l’artista riesce ad esprimere al meglio la sua ricerca ossessionata per la forma.
Non meno importanti sono i celebri nudi di Mapplethorpe che sono un pò il fulcro dell’esposizione e restituiscono una visione del corpo che guarda dichiaratamente alla classicità, con una precisione quasi scultorea. I muscoli, le linee, le simmetrie rimandano a una perfezione “olimpica”, come se la fotografia fosse un’estensione della statuaria greca in cui il corpo smette di essere individuo e diventa forma assoluta.
Eppure, sotto questa superficie perfetta, si muove qualcosa di più complesso. Il desiderio non è mai raccontato in modo narrativo o sentimentale o in modo sessuale: è esibito, reso oggetto. Mapplethorpe lavora per sottrazione, elimina il superfluo e lascia solo il corpo e la luce. Il risultato è potente ma anche, a tratti, disturbante. Alcune immagini esplicite e dirette non cercano mediazioni e mettono lo spettatore davanti a una visione del corpo che non è mai neutra. È una bellezza che sfida, che provoca e che ci fa domandare perché a distanza di quasi quarant’anni le foto di un membro maschie in primo piano, che sbuchi da un pantalone o appoggiato su un piedistallo, sia ancora difficile da accettare nell’arte come una qualsiasi altra parte del corpo o come la controparte femminile.
Accanto ai nudi, il percorso si apre anche ad altri soggetti, come i ritratti e le nature morte. In particolare i fiori, che sembrano offrire una pausa visiva ma in realtà proseguono lo stesso discorso formale. Anche qui tutto è costruito: ogni petalo, ogni curva, ogni ombra segue una logica precisa. È come se il corpo umano e il fiore appartenessero allo stesso universo estetico, governato da regole di equilibrio e tensione. Non c’è differenza tra carne e natura: tutto diventa esercizio di forma.

Interessante anche il lavoro parallelo di approfondimento, tra il podcast Mapplethorpe Unframed e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che ampliano lo sguardo su un artista complesso, spesso ridotto alla sola dimensione provocatoria. Di fatto prima o dopo la visita, consigliamo di ascoltare proprio il podcast di Marsilio Arte e condotto da Nicolas Ballario, in dialogo con vari ospiti e che potete ascoltare su spotify cliccando qui. Mapplethorpe Unframed è un viaggio nella controcultura tra gli anni ’60 e ’90, dove arte, fotografia e musica si intrecciano per raccontare la libertà, la bellezza e la provocazione di un’epoca che ha cambiato per sempre il modo di guardare il mondo. Attraverso quattro puntate e molte voci diverse, il podcast esplora l’universo proprio di Robert Mapplethorpe, l’artista che ha trasformato il proibito in forma, l’erotismo in geometria, la trasgressione in linguaggio universale. Qui invece emerge tutta la sua ricerca: rigorosa, coerente, quasi ossessiva. Dietro la provocazione c’è un rigore formale che raramente viene raccontato.
Quello che resta, alla fine del percorso, è una sensazione doppia. Da una parte l’ammirazione per una perfezione formale difficilmente eguagliabile, dall’altra una certa freddezza, come se il corpo fosse stato portato al limite della sua estetizzazione. Ma è proprio in questa ambiguità che sta la forza di Mapplethorpe: nel tenere insieme bellezza e inquietudine, armonia e tensione. Non è una mostra “facile”, e forse nemmeno vuole esserlo. Richiede uno sguardo attivo, consapevole, disposto ad attraversare anche zone più scomode. Ma proprio per questo funziona: perché non cerca di piacere a tutti, ma di lasciare un segno.

E soprattutto, c’è un dato pratico da non sottovalutare: la mostra è ormai agli ultimi giorni. Con la chiusura fissata al prossimo 17 maggio il tempo per vederla è davvero poco. Se siete anche solo incuriositi dal lavoro di Mapplethorpe, questo è il momento giusto per entrarci dentro. Dopo, resterà solo il racconto.
Maggiori dettagli sulla mostra qui

Diego Papadia, classe 1989, originario di Mesagne (BR), vive a Milano dall’età di 19 anni. Lavora nel settore della consulenza informatica occupandosi di supporto applicativo, competenza che affianca all’attività giornalistica online. Appassionato di arte, editoria e teatro, scrive dal 2012 per diverse testate digitali, attualmente per Weblombardia, ricoprendo il ruolo di responsabile Cultura, Musica e Spettacolo, occupandosi principalmente di spettacoli dal vivo, eventi culturali e recensioni, con particolare attenzione alla divulgazione e alla condivisione di esperienze. Appassionato di viaggi e bicicletta (ma non di social network), ogni momento è buono per fare nuove avventure. Dal 2025 vive a Monza e si occupa di eventi e spettacolo anche nella verde Brianza.
