Quarant’anni di teatro, sogni, fallimenti, risate e nostalgia vera. Non quella da social col filtro seppia. Quella che ti si siede accanto in platea e ti stringe lo stomaco mentre ridi.
C’è una cosa che il teatro sa fare meglio della vita moderna: fermare il rumore per tutto il tempo necessario. Spegnere il frullatore mentale fatto di notifiche, algoritmi, indignazioni usa-e-getta e gente che si commuove solo davanti a un reel con la musica triste.
Poi arriva uno come Michele La Ginestra e ti ricorda che la memoria, quando è sincera, non è un museo polveroso. È dinamite.
“Mi pare ieri”, in scena al Teatro Sistina dal 21 al 24 maggio, non è semplicemente uno spettacolo celebrativo.
E già questa è una notizia. Perché il rischio, quando un artista festeggia quarant’anni di carriera, è sempre quello: la mummificazione elegante. Il santino autobiografico. Il “come eravamo” servito tiepido, con applauso automatico incorporato.
Qui no.
Qui c’è un uomo che prende il proprio passato, lo smonta pezzo per pezzo e lo ributta sul palco con ironia feroce, malinconia controllata e una quantità di umanità che oggi fa quasi scandalo.
La nostalgia? Una trappola. E La Ginestra lo sa benissimo
La frase “mi pare ieri” è una mina emotiva.
La usano tutti. Ai funerali, alle rimpatriate, davanti alle foto scolorite, mentre guardano vecchi varietà su YouTube fingendo che il passato fosse un paradiso e il presente una discarica.
Ma il punto dello spettacolo non è dire “si stava meglio”.
Il punto è capire perché certi ricordi ci inseguano ancora come canzoni sentite da bambini in una macchina senza aria condizionata, d’estate, con i finestrini abbassati e il mondo davanti.
La Ginestra racconta il teatro come si racconta una storia d’amore lunga quarant’anni: con le farfalle nello stomaco, sì, ma anche con le bollette, le illusioni evaporate, i dubbi, gli schiaffi e le notti in cui hai pensato di mollare tutto.
E qui arriva la differenza enorme tra un attore e uno che ha davvero vissuto il palcoscenico.
Il primo recita la nostalgia.
Il secondo la sanguina.
Il teatro come ultima forma di resistenza umana
C’è qualcosa di quasi sovversivo in questo spettacolo.
Davvero!!
Nel 2026 tutti parlano veloce, consumano veloce, dimenticano veloce. Gli artisti vengono trattati come yogurt: data di scadenza incorporata. Se non fai numeri immediati, sparisci. Se non diventi meme, sei invisibile.
E invece La Ginestra arriva al Sistina con una dichiarazione quasi punk: raccontare quarant’anni di mestiere.
Quarant’anni.
Una parola che oggi terrorizza più dell’intelligenza artificiale.
Perché quarant’anni significano perseveranza. Fallimenti. Gavetta. Porte chiuse. Province. Camerini gelidi. Pubblico difficile. Entusiasmo che va e viene come la corrente in una casa vecchia.
Altro che storytelling motivazionale da LinkedIn.
Qui c’è il sudore vero del teatro italiano. Quello che non finisce nei podcast patinati. Quello che non si fotografa bene.
Tra dialoghi surreali e verità che fanno male lo spettacolo promette comicità, musica, ricordi, stralci di copioni e personaggi improbabili. Ma il cuore pulsante è un altro: il rapporto spietato tra il tempo e chi sceglie di stare su un palco.
Perché il teatro è crudele.
Ogni sera ricominci da zero.
Non puoi correggere in post-produzione. Non puoi mettere un filtro. Non puoi tagliare una scena che non funziona.
Il pubblico respira con te. O contro di te.
E allora “Mi pare ieri” diventa qualcosa di più grosso di un racconto autobiografico. Diventa un’autopsia lucidissima dell’artista italiano che continua a credere nel contatto umano mentre il mondo si trasforma in una sala d’attesa digitale.
La presenza di Alessandro La Ginestra, Luca La Ginestra, Ilaria Nestovito, Brunella Platania e Sergio Zecca aggiunge un elemento prezioso: il senso di compagnia. Non quella costruita per fare marketing. Quella vera, teatrale, quasi familiare. Una tribù di sopravvissuti al caos dello spettacolo.
E la regia di Roberto Marafante sembra voler evitare il monumento celebrativo per puntare invece a qualcosa di vivo, mobile, emotivamente sporco. Per fortuna ridere oggi è un atto politico.

La comicità di La Ginestra non è quella isterica da cabaret televisivo dove tutti urlano come televenditori impazziti.
È una comicità romana nel senso più nobile del termine: intelligente, autoironica, umana, malinconica senza diventare depressa.
Una comicità che sa una verità enorme: la gente ride davvero solo quando riconosce qualcosa di sé.
E allora ecco gli esordi teatrali, l’ansia prima del sipario, le illusioni gigantesche, le amicizie nate dietro le quinte, gli incontri assurdi. Tutta quella geografia sentimentale che chiunque abbia inseguito un sogno conosce benissimo.
Non importa se fai teatro, scrivi libri o apri un bar. A un certo punto della vita guardi indietro e dici:
“Com’è possibile che siano passati quarant’anni?”
E subito dopo arriva la domanda peggiore:
“E io, nel frattempo, chi sono diventato?”
Il Sistina non è solo un teatro. È una prova del fuoco. Portare uno spettacolo del genere al Teatro Sistina significa esporsi. Tantissimo.
Il Sistina non perdona. Ha visto passare giganti, illusionisti della scena, monumenti dello spettacolo italiano. È un luogo che amplifica tutto: talento, debolezze, ritmo, verità.
Ed è proprio lì che “Mi pare ieri” trova il suo significato più forte.
Perché raccontare quarant’anni di carriera in un teatro simile vuol dire guardare il pubblico negli occhi senza rete di protezione. Vuol dire accettare il rischio enorme della sincerità.

Oggi tutti costruiscono personaggi. La Ginestra sembra invece voler fare l’opposto: smontarlo.
La vera emozione? Il coraggio di ricordare senza mentire.
La cosa più potente di questo spettacolo non è la nostalgia, ma è l’onestà.
Non c’è la retorica tossica del “ce l’ho fatta”. Non c’è il trionfalismo finto dell’artista arrivato. C’è invece la consapevolezza che una carriera lunga si costruisce soprattutto attraversando crepe.
Ed è lì che il teatro diventa necessario.
Perché in un’epoca ossessionata dalla perfezione immediata, vedere un uomo raccontare dubbi, paure, cadute e sogni con ironia e dignità produce quasi un cortocircuito emotivo.
Il pubblico ride. Poi, all’improvviso, sente qualcosa stringersi dentro. Ed è esattamente lì che il teatro vince.
Quando si spegneranno le luci, resterà qualcosa addosso
Alla fine di “Mi pare ieri”, probabilmente accadrà una cosa semplice e devastante: la gente uscirà dal teatro pensando alla propria vita.
Non ai contenuti. Non alle stories. Non alle notifiche. Alla propria vita.
Ai volti persi, alle occasioni mancate, alle follie fatte da giovani, ai sogni rimasti vivi sotto tonnellate di routine. A quel tempo che sembrava infinito e invece è passato correndo come un treno notturno.
E forse è questo il miracolo segreto del teatro quando funziona davvero: non ti intrattiene. Ti smaschera.
Michele La Ginestra sale sul palco del Sistina con quarant’anni di mestiere sulle spalle e una domanda che brucia più di qualsiasi battuta:
“Ti ricordi chi eri quando hai iniziato a sognare?”
Se la risposta fa male, allora lo spettacolo ha colpito nel punto giusto.
Oggi l’ultima replica!
