Dal 7 al 31 ottobre 2026 nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti, la commedia agrodolce scritta da Marco Archetti e Francesco Brandi mette a confronto due solitudini, due generazioni e due modi opposti di stare al mondo. Con Marco Balbi e Francesco Brandi, regia di Raffaele Latagliata.
Ci sono incontri che arrivano quando meno ce li aspetti e che, quasi senza chiedere permesso, finiscono per cambiare la direzione di una vita. È quello che accade in “Confesso che ho vissuto”, la commedia agrodolce scritta da Marco Archetti e Francesco Brandi, in scena dal 7 al 31 ottobre 2026 nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti.
Al centro dello spettacolo ci sono due uomini apparentemente lontanissimi. Francesco, interpretato da Francesco Brandi, è un misantropo convinto, uno di quelli che hanno trasformato la distanza dagli altri in una forma di autodifesa. La solitudine, per lui, non è una condanna ma una conquista: la casa è il suo regno, il luogo nel quale può finalmente sottrarsi alle convenzioni, agli obblighi sociali, alle intrusioni e alle complicazioni dei rapporti umani.
Poi arriva Ulderico Di Rosa, interpretato da Marco Balbi. Ha ottantacinque anni, è stato operaio in Australia e ha una passione per il tango clandestino. È una presenza apparentemente incontenibile, affettuosa, invadente, capace di entrare nella vita di Francesco con una cordialità che, poco alla volta, si trasforma in una vera e propria sfida.
E proprio da questa collisione nasce il cuore dello spettacolo.
Due solitudini costrette a guardarsi

Il lockdown evocato dalla pièce costituisce il punto di partenza, ma “Confesso che ho vissuto” non è semplicemente uno spettacolo sulla pandemia. La chiusura forzata diventa piuttosto la lente attraverso la quale osservare una condizione molto più universale: l’isolamento emotivo.
La pandemia ha costretto milioni di persone dentro le proprie case, ma esistono solitudini che non dipendono da quattro mura. Si può essere soli anche circondati dagli altri, protetti da un atteggiamento cinico, da abitudini consolidate o dalla paura di lasciarsi coinvolgere.
Francesco rappresenta proprio questo tipo di solitudine. Il suo rifiuto del mondo sembra una scelta consapevole, quasi una filosofia di vita. Ma l’arrivo di Ulderico mette progressivamente in crisi quella certezza.
L’anziano vicino di casa non accetta la distanza. Insiste, provoca, racconta, invade con la propria vitalità uno spazio che Francesco vorrebbe impermeabile. Ne nasce un corpo a corpo comico, poetico e filosofico, nel quale le risate non cancellano mai una domanda più profonda: che cosa significa davvero vivere? E, soprattutto, che cosa accade quando si comincia ad avere paura di smettere di farlo?
Sono due paure apparentemente opposte ma in realtà speculari. Francesco teme la vita perché significa esporsi, mentre Ulderico teme di perderla proprio quando sente di avere ancora qualcosa da vivere.
Il tango come metafora dell’incontro
La regia di Raffaele Latagliata costruisce attorno a questo incontro una scenografia che non è semplice contenitore, ma diventa parte integrante della drammaturgia.
I due appartamenti sono collocati su una piattaforma girevole. Ruotano, si mostrano e si nascondono, si avvicinano e si allontanano come due mondi che continuano a cercarsi senza sapere ancora come incontrarsi.
La rotazione diventa così metafora del tempo, della memoria e della vita stessa. Come in un disco che gira sul piatto, o come nei passi di un tango, i personaggi sono costretti a muoversi dentro una traiettoria dalla quale non possono semplicemente uscire.
«Una giostra domestica che costringe i personaggi a sfiorarsi continuamente senza mai poter fuggire davvero», spiega Latagliata nelle sue note di regia.
È un’immagine particolarmente efficace perché rende visibile ciò che accade interiormente ai due protagonisti. Giro dopo giro, mentre ruota la scena, ruotano anche le loro anime.
A questa struttura si aggiungono le pareti di tulle, che attraverso trasparenze e controluce rendono progressivamente più labili i confini tra i due appartamenti e, soprattutto, tra le loro esistenze.
Il pubblico diventa così testimone di una sorta di voyeurismo emotivo. Da una parte Francesco, che si protegge dietro il cinismo dei suoi monologhi; dall’altra Ulderico, che davanti allo specchio si prepara con cura, si profuma di colonia e si stira la camicia bianca.
Sono gesti quotidiani, apparentemente piccoli, che acquistano un valore teatrale enorme perché raccontano senza bisogno di spiegazioni la fragilità di un uomo che vuole ancora sentirsi vivo.
Quando le pareti cominciano a scomparire
La scenografia segue dunque l’evoluzione del rapporto. Le pareti che inizialmente separano i due uomini diventano sempre più trasparenti, fino quasi a scomparire.
È il passaggio dalla diffidenza alla curiosità, dalla curiosità alla sfida, dalla sfida alla confessione.
E proprio la confessione diventa il punto nel quale i due mondi finalmente si incontrano.
Il titolo dello spettacolo assume allora un significato più ampio. Confesso che ho vissuto non sembra essere soltanto l’affermazione di chi guarda al proprio passato, ma anche il tentativo di riconoscere ciò che ancora resta da vivere.
Ulderico porta con sé il peso degli anni, ma anche una straordinaria capacità di desiderare. Francesco possiede invece il tempo davanti a sé, ma ha quasi smesso di attraversarlo.
L’uno ha bisogno dell’altro.
E il tango, inizialmente appreso in maniera quasi sgangherata e necessaria, diventa la possibilità concreta di compiere finalmente un passo verso l’altro.
Non è un tango perfetto. Ed è proprio per questo che funziona.
È il movimento di due persone che non sanno più bene come stare insieme, ma che provano comunque a farlo. Un passo dopo l’altro, cercando un ritmo comune.
Una commedia che parla della vita senza nascondere la paura
La forza di “Confesso che ho vissuto” sembra risiedere proprio nella capacità di tenere insieme registri diversi. Il comico non cancella il malinconico, la leggerezza non elimina la profondità e la poesia non rinuncia alla concretezza dei gesti quotidiani.
Il pubblico può sorridere davanti alle schermaglie tra i due protagonisti, ma dietro quelle battute riconosce qualcosa di profondamente umano: la difficoltà di lasciarsi avvicinare dagli altri.
In questo senso, il confronto tra un uomo di ottantacinque anni e uno molto più giovane diventa anche un incontro tra generazioni. Le differenze anagrafiche finiscono per perdere progressivamente importanza perché le fragilità sono le stesse.
Ulderico teme di perdere le proprie gambe e le proprie mani. Francesco teme invece di dover togliere quell’armatura dietro la quale si è protetto per tanto tempo.
Il loro incontro permette a entrambi di fare ciò che da soli sembrava impossibile.
La regia di Latagliata accompagna questo percorso attraverso uno spazio che si muove, si apre e progressivamente cancella i propri confini. La piattaforma gira, le pareti diventano trasparenti, i due appartamenti finiscono per confondersi e il tango diventa il gesto conclusivo di una distanza che finalmente si accorcia.
ORARI
martedì Ottobre – 20:30
mercoledì Ottobre – 19:15
giovedì Ottobre – 20:15
venerdì Ottobre – 19:15
sabato Ottobre – 19:15
domenica Ottobre – 15:45
PREZZI
SETTORE A (file A–H)
intero 26€;
under30 18€;
over65 / convenzioni 22€.
SETTORE B (file I–S)
intero 20€;
under30 / over65 / convenzioni 16€.
GALLERIA (file T–Z)
intero 15€;
under30 / over65 12€;
convenzioni 13€.
I prezzi indicati si intendono esclusi i diritti di prevendita.
Info e biglietteria
Biglietteria
via Pier Lombardo 14
02 59995206
biglietteria@teatrofrancoparenti.it
Sebastiano Di Mauro nasce ad Acireale (CT) nel 1954 dove ha vissuto fino a circa 18 anni. Dopo si trasferisce, per brevi periodi, prima a Roma, poi a Piacenza e infine a Milano dove vive, ininterrottamente dal 1974. Ha lavorato per lunghi anni alle dipendenze dello Stato. Nel 2006, per strane coincidenze, decide di dedicarsi al giornalismo online occupandosi prima di una redazione a Como e successivamente a Milano e Genova, coordinando diverse redazioni nazionali. Attualmente ha l’incarico di caporedattore di questa testata e coordina anche le altre testate del Gruppo MWG e i vari collaboratori sul territorio nazionale.
