Dal 10 al 15 novembre 2026, al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, Valerio Aprea porta in scena un reading tratto dal racconto autobiografico di Sandro Bonvissuto. Una storia intima e universale sul rapporto tra padre e figlio, la memoria dell’infanzia e il difficile equilibrio del diventare adulti.
Ci sono momenti dell’infanzia che restano impressi nella memoria per tutta la vita. Gesti apparentemente semplici, capaci però di racchiudere significati profondi: una mano che sostiene, una voce che incoraggia, il timore di cadere e, infine, la scoperta di riuscire a stare in equilibrio da soli. Imparare ad andare in bicicletta è uno di questi momenti, una piccola conquista che diventa metafora del percorso attraverso il quale ciascuno di noi impara ad affrontare il mondo.
È da questa esperienza quotidiana, familiare a generazioni diverse, che prende forma “Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta”, lo spettacolo con Valerio Aprea in programma dal 10 al 15 novembre 2026 al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano.
Prodotto dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale, il reading è tratto dal racconto autobiografico di Sandro Bonvissuto e trasforma la pagina letteraria in un’esperienza teatrale affidata alla forza evocativa della parola. Attraverso la voce di Aprea, il ricordo di un padre che insegna al figlio a pedalare diventa una riflessione sull’infanzia, sui legami affettivi, sulla crescita e sulle prove che la vita riserva a ciascuno di noi.
Non soltanto la rievocazione di un episodio personale, dunque, ma una storia capace di parlare a pubblici di età differenti, riportando alla luce emozioni e interrogativi che appartengono all’esperienza universale del diventare grandi.

Una bicicletta, un padre e una lezione destinata a durare
La scena si apre in un pomeriggio d’estate. Un padre insegna al figlio ad andare in bicicletta lungo una strada che costeggia il mare. Intorno, pochi amici assistono alla scena, mentre il sole tramonta all’orizzonte. Un momento semplice, quasi ordinario, che si carica progressivamente di significati e si trasforma in una fotografia della memoria.
Al centro del racconto c’è il rapporto tra un bambino e il piccolo mondo che lo circonda: gli adulti, le presenze familiari, le prime paure, il desiderio di autonomia e la necessità di trovare un proprio posto nella realtà.
La bicicletta diventa il simbolo di una conquista che va ben oltre l’apprendimento di un movimento. Per pedalare bisogna trovare l’equilibrio, accettare l’incertezza, affrontare il rischio di cadere e imparare a ripartire. Occorre fidarsi di chi ci accompagna, ma anche scoprire gradualmente le proprie capacità.
In questa prospettiva, il gesto del padre assume un valore particolare. Insegnare a un figlio ad andare in bicicletta significa accompagnarlo verso una prima forma di indipendenza, preparandolo a percorrere strade che, prima o poi, dovrà affrontare da solo.
È una lezione che non riguarda soltanto i bambini. Anche da adulti continuiamo a cercare un equilibrio tra il bisogno di sicurezza e il desiderio di libertà, tra la protezione offerta dagli affetti e la necessità di scegliere autonomamente la direzione da seguire.
La memoria dell’infanzia diventa teatro
Nel racconto di Sandro Bonvissuto, l’esperienza autobiografica si apre a una riflessione più ampia sull’esistenza. Le parole riportano alla luce frammenti di vita, ricordi e sensazioni che sembrano appartenere a un passato lontano, ma che conservano una sorprendente capacità di parlare al presente.
L’infanzia viene osservata non come un territorio idealizzato, da recuperare attraverso la nostalgia, ma come una fase fondamentale nella costruzione della nostra identità. È lì che si formano molte delle domande destinate ad accompagnarci nel tempo: chi siamo, da dove veniamo, quanto siamo disposti a rischiare e che cosa significa diventare autonomi.
Il testo procede attraverso il racconto e l’approfondimento di pensieri, alternando la dimensione narrativa a passaggi di riflessione che ampliano il significato degli episodi evocati. La vicenda personale diventa così un punto di partenza per interrogarsi su temi più vasti, riconoscibili anche da chi non ha condiviso le stesse esperienze.
La trasposizione teatrale valorizza questa struttura, affidando alla parola il compito di costruire immagini, atmosfere e connessioni emotive. Il pubblico è invitato a seguire il filo della narrazione, ma anche a ritrovare nelle riflessioni dell’autore frammenti della propria storia.
Valerio Aprea: «Ti parla di questioni che hai sempre pensato, ma mai saputo formulare»

A spiegare la particolare forza della scrittura di Bonvissuto è lo stesso Valerio Aprea, che racconta il progressivo coinvolgimento del lettore di fronte a un testo capace di andare ben oltre la trama iniziale.
«Quando leggi Bonvissuto – commenta Valerio Aprea – accade che all’inizio noti questa sua modalità di procedere per alternanza tra trama e digressione. Poi ti accorgi che “digressione” non è proprio il termine esatto, perché in realtà quelli sono più degli approfondimenti di concetti che il racconto tocca in determinati punti. Sulle prime, quegli approfondimenti non pare ti riguardino più di tanto. A un certo punto, però, ne arriva un altro e stavolta dici no, un momento, questa cosa però non è niente male, cioè, ho capito che cosa mi vuole dire, cosa mi sta indicando. Da quel momento è finita. Ci sei dentro fino al collo.
Perché ti rendi conto che ognuno di quei momenti, di quelle riflessioni, ti riguarda eccome, perché ti parla di questioni che realizzi di aver sempre pensato ma mai saputo formulare; e lo fa con un meccanismo di vera e propria vivisezione di pensieri e temi che ingrandisce al microscopio fino a vederne le particelle più piccole, le sottigliezze più inesplorate, generando così un’esplosione di contenuto e di senso di cui non puoi più fare a meno».
Le parole dell’attore restituiscono il carattere di una scrittura che non si limita a raccontare una vicenda, ma accompagna il lettore in un processo di riconoscimento. Le riflessioni dell’autore mettono a fuoco pensieri spesso presenti nella nostra coscienza senza essere mai stati espressi con chiarezza, trasformando l’esperienza individuale in una possibilità di comprensione condivisa.
È proprio in questa capacità di dare forma all’indicibile che il testo trova una delle sue qualità più significative e che il reading teatrale può costruire un rapporto diretto con il pubblico.
Diventare adulti significa imparare a trovare il proprio equilibrio
“Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta” parla di un’infanzia particolare, ma anche dell’adulto che ciascuno porta dentro di sé. Il ricordo del padre e della strada lungo il mare diventa una riflessione sul tempo, sulla crescita e sulla necessità di accettare che ogni conquista comporta una parte di rischio.
Come accade quando si impara a pedalare, anche nella vita non esiste una garanzia assoluta di non cadere. Si procede per tentativi, si perde talvolta l’equilibrio, si cerca un appoggio e si riparte. Le persone che ci accompagnano nei primi passi lasciano un segno destinato a durare, anche quando arriva il momento di proseguire da soli.
La forza del racconto sta proprio nella capacità di trasformare un episodio apparentemente minimo in una lezione che attraversa le età della vita. Il rapporto tra padre e figlio si intreccia con il tema dell’autonomia, mentre la memoria personale si allarga fino a comprendere esperienze e sentimenti nei quali è possibile riconoscersi.
Piccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli, 6 – M2 Lanza), dal 10 al 15 novembre 2026
Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta
di Sandro Bonvissuto, con Valerio Aprea
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
in collaborazione con Flautissimo Festival
Orari: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Durata: 1 ora senza intervallo
Prezzi: platea 35, balconata 28 euro
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
